la macchina del tempo, antonietta orsatti, artista irregolare
Segnatevi la data.
Oggi varcherete la soglia di un mondo fatto di materiali che prendono vita, che parlano (ma solo a chi è capace di ascoltare), che raccontano storie che riemergono dalla memoria dell’artista, e solidificanoQ sogni e ricordi.
Preparatevi.
Non troverete arte addomesticata, né forme rassicuranti.
Nessuna opera è simile a un’altra: “Giuro, non riesco mai a ripetere una cosa, mi sentirei male…” mi ha confessato Antonietta Orsatti salendo e scendendo dalle scale mentre mi mostrava le sue creature. Ma soprattutto, nulla di ciò che vedrete potrebbe essere suggerito da un interior designer a un cliente facoltoso per rendere il salotto più alla moda.
Destino, questo, che avrebbe ugualmente accomunato l’opera di Maria Lai o di Louise Bourgeois, anche esse donne, se una gabola del mercato e una serie di congiunture fortunate non le avessero elevate a icone dell’arte contemporanea, rendendo moneta corrente ciò che potrebbe apparire solo un grumo di fili o un ragno gigante.
Orsatti è un’artista che ha dovuto seguire un sentiero irregolare, tortuoso, dimenticato, lontano dai riflettori, pur avendo compiuto un ciclo di studi “regolari”, confrontandosi, fin troppo giovane, con maestri consolidati come Tommaso Cascella o Pericle Fazzini, e con la cultura accademica per poi abbandonare, nei decenni successivi, tutto ciò che le sembrava essere legato alla tradizione e alla norma.
Antonietta, settima di undici figli, è una donna che ha lottato per ribadire la propria identità creativa sfidando la famiglia, che non immaginava certo che una ragazza avesse la necessità di studiare, e che si ostinasse a chiederlo con quella petulante insistenza.
“…secondo loro, dopo la terza media, avrei dovuto stare a casa a cucinare e a lavare i piatti!” Poi, di malavoglia, i genitori acconsentono al suo percorso di studi d’arte: prima a Chieti, quindi a Roma, all’Accademia di Belle Arti. Forse perché il primo ciclo di studi, che durava appena tre anni, faceva immaginare che la cosa sarebbe finita velocemente, come il capriccio di un’adolescente. Antonietta scopre, invece, e ne sarà lei stessa sorpresa, che creare è l’unica cosa che la rende felice.
Da questo momento l’espressione artistica diventerà quindi, e lo sarà per sempre, il suo linguaggio segreto. Anche se una volta terminati gli studi a Roma, dove si è mantenuta facendo la badante di notte alle vecchiette, sarà costretta a tornare a casa, per poter vivere - come tutti si aspettavano da lei - un’esistenza di moglie, e poi di madre di quattro figli (amatissimi). Docente di disegno, costretta a ritagliarsi la libertà tra le pieghe del quotidiano.
La sua vita si snoda in quello che potremmo definire il “quadrilatero di Michetti”: tra Chieti, Francavilla al Mare, Guardiagrele e un paese isolato, sgranato in mille frazioni, dal nome bizzarro di Fara Filiorum Petri. Luogo dove negli anni ‘60 passavano poche auto, si coltivavano cipolle bianche, e ancora si parlava in un dialetto non distante da quello evocato da Donatella Di Pietrantonio nel suo capolavoro L’arminuta.
“Quando lavavo i piatti”, ricorda, “ne approfittavo per pensare a come realizzare quello che volevo fare, e a come farlo. Per me il movimento delle mani è una cosa necessaria per riuscire a pensare. Non so… forse ho un doppio cervello...”
In questo scenario, con questi vincoli, la sua espressività nasce dal rifiuto dell’ovvio e diventa un abbraccio all’inaspettato.
Nel piano terra di casa attacca i disegni di nudo alle pareti, ricordo degli anni passati in via di Ripetta, e inizia a produrre tutt’altra roba. Bassorilievi, sculture in pietra. Interviene poi sui foratini da costruzione che produce la fornace industriale di proprietà del marito, lavorando il materiale ancora fresco per poi farlo ripassare in forno.
Dipinge, sperimenta tecniche (ad esempio la linoleografia), scolpisce pietre - sempre e solo a mano con mazzetta e scalpello – oppure, srotola lenzuoli grandi come pareti e li usa a mo’ di tele dalle dimensioni inusitate, praticamente impossibili da esporre in una galleria.
Lo dirò. Non tutto mi ha convinto delle sue opere iniziali.
Belle e potenti, invece, le sculture in pietra degli anni ’70 e ’80, contorte e materiche.
Ma quello che mi ha letteralmente conquistato è stata la svolta che, a un certo punto, ha imposto al proprio lavoro.
Come nelle fasi della civilizzazione, dopo l’età della pietra e quella del foratino, Antonietta raggiunta la piena maturità - quella che qualcuno chiamerebbe “vecchiaia” - entra nella mirabolante “età del cartone”, e compie un salto di qualità, quasi avesse ormai eliminato tutte le scorie dell’accademismo e scoperto la propria reale identità.
Orsatti raccoglie ciò che è scartato, il cartone da imballaggio di seconda mano, i materiali poveri che il mondo non vede più, dopo aver scavato per anni la pietra della Maiella e, per ultime, le lastre tombali donatele, se ho capito bene, da un sacerdote, molti anni prima.
Esemplare, per comprendere questo percorso, il ciclo di disegni che esegue sui rotoli di carta igienica (quasi impossibili da conservare o restaurare), o le sculture realizzate con l’anima di cartone degli stessi rotoli. Un oggetto così umile che non ha diritto neanche a un nome proprio, e che può essere variamente denominato come “rotolino”, o addirittura “panfuretto”…
Nelle sue mani, ogni materiale si trasforma e si carica di significato.
I cartoni “usati” (preferiti a quelli da imballaggio), magari quelli che contengono le bottiglie, diventano così teatri dell’assurdo, piccole scenografie che evocano storie misteriose e mondi nascosti.
Lavora la carta e il cartone nella vasca del bagno di casa e poi lo appoggia ad asciugare sul bordo. Spesso lo trasforma in una pala d’altare, sostituendo la tecnica dell’encausto a cera che spesso ha usato in molte sue tele. Opera con un approccio metodologico colto e consapevole, che mi ha stupito; mentre mi mostra le sue opere, appese alle pareti tra le foto dei nonni e i crocefissi di paese, rivela: “Ogni mio quadro parte da un centro. Ma il centro, invece di andare “oltre” viene in avanti… è come una prospettiva capovolta, che non fugge nel fondo, ma che si proietta verso chi guarda.”
L’immagine, dunque, aggredisce lo spettatore!
Disegna e ritaglia figure, uccelli, fiori, mani, la sagoma di un’orante, e intorno, come un’ombra, traccia un contorno: “Parto da un’idea” dice “poi, inizio a inserire elementi, uno dopo l’altro, come in una fuga in avanti.”
Un lavoro che potrebbe sembrare istintivo, sino a quando non sfogli i suoi quaderni di appunti, dove puoi scoprire che ogni pagina rappresenta un progetto, un unicum, uno short tale con un finale a sorpresa.
La memoria è sempre protagonista, cosa che non appare mai in maniera sfacciata, ma emerge dai titoli, da taluni riferimenti visivi, dalle frasi che scrive sulla superficie dell’opera stessa come in una tavola medioevale.
E i suoi giganteschi Cartocci, pesanti coni realizzati con stoffa gessata, dipinti fuori e a volte dentro, ne diventano l’esaltazione. Forme arcaiche che ricordano “il cartoccio” (“lu scartozze”, ricordando un antico termine dialettale) che da bambina, figlia di pastai, vedeva riempire di pasta sfusa e consegnare ai clienti per l’asporto.
È sorprendente come, superati gli ottant'anni, nel 2020, l’artista continui a spingersi oltre, in un dialogo ininterrotto con la materia.
Ogni opera recente di Orsatti è un atto di resistenza.
Resistenza alla standardizzazione dell’arte, alla superficialità di un mondo che corre verso l’effimero. “Preferisco regalare un’opera che venderla”, afferma. Ma non rifiuta il meccanismo dell’arte come merce. E credo che sia felice, oggi, di poter condividere con voi questi anni di produzione pirata e silenziosa con l’orgoglio di avere fatto “tutto da sola.”
Anche per questo il corpus di Orsatti si colloca nel solco dell'Outsider Art – quella corrente che accoglie artisti lontani dai canali istituzionali e dalle convezioni sociali.
Non c’è nulla di grazioso o decorativo: le sue opere sono brutali, oneste, profondamente umane. Sono testimonianza di un'esistenza vissuta ai margini, con una visione limpida e lucida di ciò che l'arte dovrebbe essere: un’esplorazione senza compromessi, un viaggio nell’invisibile.
Ogni piega nel cartone, ogni fessura nella terracotta, ci racconta qualcosa di più profondo, di intimo. È come se l’artista, attraverso i materiali, volesse mettere a nudo il mondo e, allo stesso tempo, sé stessa.
Questa esposizione è quindi un’opportunità rara: una riscoperta, non solo di un percorso artistico, ma di ciò che significa essere “altro”. In un’epoca in cui tutto sembra omologato, l’opera di Orsatti si pone come un manifesto di autenticità. Entrare in questa mostra significa entrare in un dialogo con l’imprevisto: con tutto ciò che è stato scartato ma che, in realtà, contiene la vera essenza dell’atto creativo.
“Non so definire cosa sia l’arte. Lo capisco solo quando vedo una tela del Caravaggio!”, si schermisce. Ma nelle pieghe del cartone scopriamo qualcosa di noi stessi, qualcosa di universale, qualcosa di eterno.
Antonietta Orsatti, Outsider per destino e per scelta, ci invita a vedere il mondo con occhi nuovi, a scoprire la bellezza che si nasconde nell’imperfetto, nel materiale che sfugge ai canoni della forma, ma che, proprio per questo, ci parla in modo sincero.
Davanti a queste sculture/installazioni, si percepisce l’eco di qualcosa di ancestrale, che ha un forte e continuo legame con l’Abruzzo e il suo territorio.
Per questo mi auguro che un giorno le sue opere possano dialogare con le sculture dei Musei archeologici di Chieti, i cui capolavori hanno risvegliato le sue emozioni di ragazza. O al Museo Nazionale d’Abruzzo, o anche nei luoghi della cultura etrusca, a cui Antonietta ha dedicato un intero ciclo di pitture, ponendo in dialogo Art Brut e Arte Classica.
Antonietta è un’artista contemporanea emersa dal passato che non si è tolto di dosso la terra e la sabbia.
È un reperto fragile che dovrebbe farci sentire oggi tutti archeologi.
Entrate signori. Nei pochi metri quadri della Galleria troverete una macchina del tempo. Allacciate le cinture. Vi piacerà.