L'ARTISTA

“Orsatti è un’artista che ha dovuto seguire un sentiero irregolare, tortuoso, dimenticato, lontano dai riflettori, pur avendo compiuto un ciclo di studi “regolari”, confrontandosi, fin troppo giovane, con maestri consolidati come Tommaso Cascella o Pericle Fazzini, e con la cultura accademica per poi abbandonare, nei decenni successivi, tutto ciò che le sembrava essere legato alla tradizione e alla norma.”

Nelle pieghe del quotidiano ho trovato universi che i riflettori non illuminano.

Collage di foto di Antonietta Orsatti in vari momenti della vita

biografia

Antonietta Orsatti nasce a Casacanditella (Chieti) nel 1940.
Si avvicina all’arte da autodidatta, per poi seguire i corsi di ceramica diretti da Tommaso Cascella all’Istituto d’Arte di Chieti. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma dove studia scultura con Pericle Fazzini e Goffredo Verginelli. Contemporaneamente frequenta la Scuola di Arti decorative di via San Giacomo dove studia affresco.

Nel 1967 si diploma con una tesi sullo scalpellino Felice Antonio Giuliante (1885-1961). Nello stesso anno si sposa e torna a vivere stabilmente in Abruzzo, dove insegna disegno e storia dell’arte nelle scuole superiori. Da allora lavora in solitudine, abbandonando quasi del tutto l’attività espositiva.

Elabora un originale procedimento di lavorazione dei mattoni forati che, incisi e modellati ancora freschi e successivamente cotti in fornace, diventano supporto espressivo per le sue storie. Sulle tele dipinge in encausto episodi, figure legate dalla geometria associativa dei suoi sogni.

Negli anni più recenti si dedica al disegno e alla scultura per la quale utilizza cartone di recupero.
Dal 2021 riprende a scolpire la pietra, ultimando un ciclo di altorilievi.

In 2024 tiene la sua prima personale a Roma nello spazio indipendente Lettera_E a cura di Paolo Cortese.

articoli

2024 • la macchina del tempo, antonietta orsatti, artista irregolare • alfredo accatino

2024

la macchina del tempo, antonietta orsatti, artista irregolare

alfredo accatino

Segnatevi la data.
Oggi varcherete la soglia di un mondo fatto di materiali che prendono vita, che parlano (ma solo a chi è capace di ascoltare), che raccontano storie che riemergono dalla memoria dell’artista, e solidificano sogni e ricordi.

Preparatevi.

Non troverete arte addomesticata, né forme rassicuranti.
Nessuna opera è simile a un’altra: “Giuro, non riesco mai a ripetere una cosa, mi sentirei male…” mi ha confessato Antonietta Orsatti salendo e scendendo dalle scale mentre mi mostrava le sue creature. Ma soprattutto, nulla di ciò che vedrete potrebbe essere suggerito da un interior designer a un cliente facoltoso per rendere il salotto più alla moda.
Destino, questo, che avrebbe ugualmente accomunato l’opera di Maria Lai o di Louise Bourgeois, anche esse donne, se una gabola del mercato e una serie di congiunture fortunate non le avessero elevate a icone dell’arte contemporanea, rendendo moneta corrente ciò che potrebbe apparire solo un grumo di fili o un ragno gigante.

Orsatti è un’artista che ha dovuto seguire un sentiero irregolare, tortuoso, dimenticato, lontano dai riflettori, pur avendo compiuto un ciclo di studi “regolari”, confrontandosi, fin troppo giovane, con maestri consolidati come Tommaso Cascella o Pericle Fazzini, e con la cultura accademica per poi abbandonare, nei decenni successivi, tutto ciò che le sembrava essere legato alla tradizione e alla norma.
Antonietta, settima di undici figli, è una donna che ha lottato per ribadire la propria identità creativa sfidando la famiglia, che non immaginava certo che una ragazza avesse la necessità di studiare, e che si ostinasse a chiederlo con quella petulante insistenza.
“…secondo loro, dopo la terza media, avrei dovuto stare a casa a cucinare e a lavare i piatti!” Poi, di malavoglia, i genitori acconsentono al suo percorso di studi d’arte: prima a Chieti, quindi a Roma, all’Accademia di Belle Arti. Forse perché il primo ciclo di studi, che durava appena tre anni, faceva immaginare che la cosa sarebbe finita velocemente, come il capriccio di un’adolescente. Antonietta scopre, invece, e ne sarà lei stessa sorpresa, che creare è l’unica cosa che la rende felice.

Da questo momento l’espressione artistica diventerà quindi, e lo sarà per sempre, il suo linguaggio segreto. Anche se una volta terminati gli studi a Roma, dove si è mantenuta facendo la badante di notte alle vecchiette, sarà costretta a tornare a casa, per poter vivere - come tutti si aspettavano da lei - un’esistenza di moglie, e poi di madre di quattro figli (amatissimi). Docente di disegno, costretta a ritagliarsi la libertà tra le pieghe del quotidiano.

La sua vita si snoda in quello che potremmo definire il “quadrilatero di Michetti”: tra Chieti, Francavilla al Mare, Guardiagrele e un paese isolato, sgranato in mille frazioni, dal nome bizzarro di Fara Filiorum Petri. Luogo dove negli anni ‘60 passavano poche auto, si coltivavano cipolle bianche, e ancora si parlava in un dialetto non distante da quello evocato da Donatella Di Pietrantonio nel suo capolavoro L’arminuta.

“Quando lavavo i piatti”, ricorda, “ne approfittavo per pensare a come realizzare quello che volevo fare, e a come farlo. Per me il movimento delle mani è una cosa necessaria per riuscire a pensare. Non so… forse ho un doppio cervello...”

In questo scenario, con questi vincoli, la sua espressività nasce dal rifiuto dell’ovvio e diventa un abbraccio all’inaspettato.
Nel piano terra di casa attacca i disegni di nudo alle pareti, ricordo degli anni passati in via di Ripetta, e inizia a produrre tutt’altra roba. Bassorilievi, sculture in pietra. Interviene poi sui foratini da costruzione che produce la fornace industriale di proprietà del marito, lavorando il materiale ancora fresco per poi farlo ripassare in forno.
Dipinge, sperimenta tecniche (ad esempio la linoleografia), scolpisce pietre - sempre e solo a mano con mazzetta e scalpello – oppure, srotola lenzuoli grandi come pareti e li usa a mo’ di tele dalle dimensioni inusitate, praticamente impossibili da esporre in una galleria.

Lo dirò. Non tutto mi ha convinto delle sue opere iniziali.
Belle e potenti, invece, le sculture in pietra degli anni ’70 e ’80, contorte e materiche.
Ma quello che mi ha letteralmente conquistato è stata la svolta che, a un certo punto, ha imposto al proprio lavoro.

Come nelle fasi della civilizzazione, dopo l’età della pietra e quella del foratino, Antonietta raggiunta la piena maturità - quella che qualcuno chiamerebbe “vecchiaia” - entra nella mirabolante “età del cartone”, e compie un salto di qualità, quasi avesse ormai eliminato tutte le scorie dell’accademismo e scoperto la propria reale identità.
Orsatti raccoglie ciò che è scartato, il cartone da imballaggio di seconda mano, i materiali poveri che il mondo non vede più, dopo aver scavato per anni la pietra della Maiella e, per ultime, le lastre tombali donatele, se ho capito bene, da un sacerdote, molti anni prima.


Esemplare, per comprendere questo percorso, il ciclo di disegni che esegue sui rotoli di carta igienica (quasi impossibili da conservare o restaurare), o le sculture realizzate con l’anima di cartone degli stessi rotoli. Un oggetto così umile che non ha diritto neanche a un nome proprio, e che può essere variamente denominato come “rotolino”, o addirittura “panfuretto”…

Nelle sue mani, ogni materiale si trasforma e si carica di significato.
I cartoni “usati” (preferiti a quelli da imballaggio), magari quelli che contengono le bottiglie, diventano così teatri dell’assurdo, piccole scenografie che evocano storie misteriose e mondi nascosti.

Lavora la carta e il cartone nella vasca del bagno di casa e poi lo appoggia ad asciugare sul bordo. Spesso lo trasforma in una pala d’altare, sostituendo la tecnica dell’encausto a cera che spesso ha usato in molte sue tele. Opera con un approccio metodologico colto e consapevole, che mi ha stupito; mentre mi mostra le sue opere, appese alle pareti tra le foto dei nonni e i crocefissi di paese, rivela: “Ogni mio quadro parte da un centro. Ma il centro, invece di andare “oltre” viene in avanti… è come una prospettiva capovolta, che non fugge nel fondo, ma che si proietta verso chi guarda.”

L’immagine, dunque, aggredisce lo spettatore!
Disegna e ritaglia figure, uccelli, fiori, mani, la sagoma di un’orante, e intorno, come un’ombra, traccia un contorno: “Parto da un’idea” dice “poi, inizio a inserire elementi, uno dopo l’altro, come in una fuga in avanti.”

Un lavoro che potrebbe sembrare istintivo, sino a quando non sfogli i suoi quaderni di appunti, dove puoi scoprire che ogni pagina rappresenta un progetto, un unicum, uno short tale con un finale a sorpresa.
La memoria è sempre protagonista, cosa che non appare mai in maniera sfacciata, ma emerge dai titoli, da taluni riferimenti visivi, dalle frasi che scrive sulla superficie dell’opera stessa come in una tavola medioevale.
E i suoi giganteschi Cartocci, pesanti coni realizzati con stoffa gessata, dipinti fuori e a volte dentro, ne diventano l’esaltazione. Forme arcaiche che ricordano “il cartoccio” (“lu scartozze”, ricordando un antico termine dialettale) che da bambina, figlia di pastai, vedeva riempire di pasta sfusa e consegnare ai clienti per l’asporto.

È sorprendente come, superati gli ottant'anni, nel 2020, l’artista continui a spingersi oltre, in un dialogo ininterrotto con la materia.
Ogni opera recente di Orsatti è un atto di resistenza.
Resistenza alla standardizzazione dell’arte, alla superficialità di un mondo che corre verso l’effimero. “Preferisco regalare un’opera che venderla”, afferma. Ma non rifiuta il meccanismo dell’arte come merce. E credo che sia felice, oggi, di poter condividere con voi questi anni di produzione pirata e silenziosa con l’orgoglio di avere fatto “tutto da sola.”

Anche per questo il corpus di Orsatti si colloca nel solco dell'Outsider Art – quella corrente che accoglie artisti lontani dai canali istituzionali e dalle convezioni sociali.
Non c’è nulla di grazioso o decorativo: le sue opere sono brutali, oneste, profondamente umane. Sono testimonianza di un'esistenza vissuta ai margini, con una visione limpida e lucida di ciò che l'arte dovrebbe essere: un’esplorazione senza compromessi, un viaggio nell’invisibile.

Ogni piega nel cartone, ogni fessura nella terracotta, ci racconta qualcosa di più profondo, di intimo. È come se l’artista, attraverso i materiali, volesse mettere a nudo il mondo e, allo stesso tempo, sé stessa.
Questa esposizione è quindi un’opportunità rara: una riscoperta, non solo di un percorso artistico, ma di ciò che significa essere “altro”. In un’epoca in cui tutto sembra omologato, l’opera di Orsatti si pone come un manifesto di autenticità. Entrare in questa mostra significa entrare in un dialogo con l’imprevisto: con tutto ciò che è stato scartato ma che, in realtà, contiene la vera essenza dell’atto creativo.

“Non so definire cosa sia l’arte. Lo capisco solo quando vedo una tela del Caravaggio!”, si schermisce. Ma nelle pieghe del cartone scopriamo qualcosa di noi stessi, qualcosa di universale, qualcosa di eterno.
Antonietta Orsatti, Outsider per destino e per scelta, ci invita a vedere il mondo con occhi nuovi, a scoprire la bellezza che si nasconde nell’imperfetto, nel materiale che sfugge ai canoni della forma, ma che, proprio per questo, ci parla in modo sincero.

Davanti a queste sculture/installazioni, si percepisce l’eco di qualcosa di ancestrale, che ha un forte e continuo legame con l’Abruzzo e il suo territorio.
Per questo mi auguro che un giorno le sue opere possano dialogare con le sculture dei Musei archeologici di Chieti, i cui capolavori hanno risvegliato le sue emozioni di ragazza. O al Museo Nazionale d’Abruzzo, o anche nei luoghi della cultura etrusca, a cui Antonietta ha dedicato un intero ciclo di pitture, ponendo in dialogo Art Brut e Arte Classica.


Antonietta è un’artista contemporanea emersa dal passato che non si è tolto di dosso la terra e la sabbia.
È un reperto fragile che dovrebbe farci sentire oggi tutti archeologi.
Entrate signori. Nei pochi metri quadri della Galleria troverete una macchina del tempo. Allacciate le cinture. Vi piacerà.

2024 • “Ora ti racconto, non c’erano solo i fiori” • Paolo Cortese

2024

“Ora ti racconto, non c’erano solo i fiori” 

Paolo Cortese

Ho conosciuto Antonietta Orsatti qualche anno fa. Ero stato nel suo studio a Fara Filiorum Petri, piccolo paese dell’Abbruzzo su invito di suo figlio Andrea, mio caro amico. Andrea non mi aveva parlato molto del lavoro della madre, aveva preferito che mi facessi una mia idea e in effetti sarebbe stato piuttosto complesso raccontare il percorso di un’artista che da molti decenni lavora in maniera solitaria producendo un corpus di opere cosí consistente e vario.

Nello studio, ricavato nei locali al piano terra della sua abitazione, le pareti erano coperte di tele di grandi dimensioni "stratificate”, dipinte e inchiodate alle pareti, a terra si trovavano sculture di terracotta e di pietra, delle quali alcune erano con soggetti religiosi, ma la mia attenzione fu catturata da alcune forme insolite che giganteggiavano al centro della stanza. Si trattava di coni di varie dimensioni, i più grandi alti oltre un metro e mezzo, completamente istoriati, all’esterno e alcuni anche all’interno. Mi fu spiegato che si ispiravano ai “cartocci”, un tempo utilizzati nel pastificio della famiglia di Antonietta per incartare la pasta che veniva cosí venduta al dettaglio. Per realizzarli aveva utilizzato delle vecchie stoffe indurite e modellate con il gesso; aveva trovato un supporto facile da dipingere che al tempo stesso forniva la possibilità di creare degli elementi aggettanti che conferivano alla composizione un particolare effetto tridimensionale, come se alcune figure rifiutassero di restare confinate nella dimensione pittorica bidimensionale.

Solo in un secondo momento mi accorsi della quantità di lavori realizzate in cartone che riempivano ogni angolo degli ambienti al piano terra e la tromba delle scale. Quest’universo fantastico era popolato di personaggi che si contendevano la scena in teatrini di cartone, scatole e supporti di ogni genere financo cilindri attorno ai quali un tempo era stato arrotolato lo scottex e rotoli di carta igienica utilizzati come base per fitti disegni a china e collage.

Ma facciamo un passo indietro.

Antonietta Orsatti, classe 1940, sin da bambina manifesta una fervida fantasia e un interesse per l’arte, sebbene nel dopoguerra la vita in un piccolo paese dell’Abruzzo (e in una famiglia numerosa) non fosse affatto semplice. Antonietta ha uno zio, Federico Spoltore, al tempo pittore molto conosciuto, e quindi si avvicina con naturalezza al mondo artistico, dapprima esercitandosi come decoratrice e modellatrice presso la manifattura Bontempo, poi seguendo i corsi della sezione di ceramica diretta da Tommaso Cascella nell’Istituto d’Arte di Chieti. Finalmente, nel 1963 decide di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Roma dove frequenta il corso di scultura di Pericle Fazzini ed è seguita da Goffredo Verginelli, diplomandosi nel 1967.

Gli anni romani sono senz’altro quelli che più influenzano la sua formazione e la sua immaginazione, poiché subito dopo il diploma, si sposa e torna a vivere stabilmente in Abruzzo. Da questo momento in poi, Antonietta si dedica all’insegnamento e alla vita famigliare; la sua attività espositiva si limita a rare occasioni, sempre in ambito locale.

Ma questo isolamento dal mondo dell’arte contemporanea, paradossalmente, potenzia la sua creatività. Antonietta in realtà continua a seguire da lontano l’evoluzione della scena artistica ma senza avere con essa un contatto diretto e, parallelamente, studia e si confronta con l’arte antica che è sempre stata una sua grande passione.

Partendo dal gusto e dall’estetica tipici della figurazione degli anni ’60 elabora un suo stile peculiare, sperimentando l’utilizzo di materiali e supporti non convenzionali, spesso prelevati dall’universo domestico.

Si inventa un originale procedimento di lavorazione dei mattoni forati che, incisi e modellati ancora freschi e successivamente cotti in fornace, diventano supporto espressivo per le sue storie.

Negli anni ottanta un problema di salute riduce la sua forza fisica. Antonietta non si perde d’animo e inizia a raccogliere frammenti di carta trovati, usandoli come supporto per disegnare i ricordi e le suggestioni che emergono nei suoi sogni. Dipinge su tele sconfinate, lenzuola che appende a ricoprire anche per intero il muro dello studio. Ogni occasione è per lei spunto e fonte di ispirazione. Con quello spirito curioso, che solitamente caratterizza la fanciullezza, segue liberamente il filo della narrazione, un filo che si dipana tra fantasia, immaginazione e le memorie senza tempo dell’infanzia.

L’impeto creativo viene però ritmato da costruzioni geometriche rigorose, griglie che richiamano motivo di equilibrio dalle quali le figure manifestano il desiderio di fuggire.

La rivisitazione di favole legate ai racconti e al folklore locali, trova spazio nei numerosi album che Orsatti riempie di disegni, schizzi, collage ma anche su fogli liberi (spesso veri objets trouvés) di tutte le dimensioni.

È questo racconto libero, ma al tempo stesso ancorato a certezze euclidee, che mi ha fortemente colpito e che mi ha guidato nello scegliere le opere presentate in questa mostra.

La capacità di coniugare e sintetizzare istanze che per molti risultano confliggenti, come geometria, religione e pura fantasia, di trovare una propria strada senza dover controvertire l’ordine costituito, a mio avviso, rappresentano una caratteristica che fanno di Antonietta Orsatti, un’artista particolarmente attuale.

Negli ultimissimi anni Antonietta ha ripreso a scolpire la pietra, con tenace volontà per ultimare un ciclo di altorilievi che speriamo saranno presto oggetto di una futura esposizione.

Di Paolo Cortese

2024 • A. Orsatti, un'esplorazione senza compromessi • Alessandra IMBELLONE

2024 

A. Orsatti, un'esplorazione senza compromessi 

Alessandra IMBELLONE

Resterà aperta su appuntamento fino al 1° dicembre la mostra di Antonietta Orsatti presso la Galleria Lettera E di Paolo Cortese, rassegna che doveva concludersi con il finissage del 16 novembre e la presentazione del catalogo, ma che prosegue per via dell’incessante curiosità che sta suscitando. È una grande fortuna per quanti ancora non hanno potuto immergersi in questa piccola selva di opere esposte a terra e sui tavoli (i Cartocci, “foratini” modellati, teatrini e sculture di cartone), che con le carte dipinte appese al muro ci presentano il mondo ricco e variegato dell’artista.

Varcata la soglia degli ottanta anni, Antonietta Orsatti è alla sua prima personale a Roma: Antonietta Orsatti – “Ora ti racconto, non c’erano solo i fiori”. Realizzata in collaborazione con Gramma Epsilon Gallery di Atene, la mostra fa parte di un più ampio progetto dedicato a donne artiste che hanno lavorato in autonomia, spesso lontane dal mercato dell’arte. Il catalogo è curato da Paolo Cortese con la presentazione di Alfredo Accatino, figura di riferimento per la “outsider art”.

“Artista irregolare” la definisce a ragione Accatino per via del suo percorso lontano dai riflettori dell’arte contemporanea, ma non per la sua formazione, che ha seguito invece un iter tradizionale.

Nata a Casacanditella (Chieti) nel 1940, Antonietta ha lavorato da adolescente come modellatrice e decoratrice presso la manifattura Bontempo a Fara Filiorum Petri per poi frequentare la sezione di ceramica presso l’Istituto d’Arte di Chieti diretto da Tommaso Cascella. Nel 1963 s’è iscritta all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove ha frequentato il corso di scultura di Pericle Fazzini ed è stata seguita dal di lui assistente Goffredo Verginelli, già allievo di Publio Morbiducci. La tesi discussa con Antonio Del Guercio nel 1967 è un lavoro di ricerca su Felice Antonio Giuliante, scultore noto come “l’ultimo scalpellino della Majella” da Antonietta frequentato negli anni teatini. Parallelamente all’Accademia di via di Ripetta ha anche appreso la tecnica dell’affresco e dell’encausto a cera presso la Scuola di Arti decorative del San Giacomo.

Una creatività inesausta è quella luce interna che ha portato Antonietta a lottare per la propria emancipazione, imponendo il proprio percorso di studi contro il volere dei genitori, mantenendosi durante gli anni di studio con diversi lavori per poi sposarsi, mettere al mondo quattro figli (fra questi lo storico dell’arte Andrea Iezzi) e abbracciare l’insegnamento del disegno nelle scuole. Il suo lavoro scultoreo si volge allora dalla pietra della Majella, che scolpisce a mano con mazzetta e scalpello, alla modellazione dei “foratini”, i mattoni forati da costruzione prodotti nella fornace industriale di proprietà del marito, materiale che lavora ancora fresco per poi cuocerlo nella fornace. Antonietta sperimenta e utilizza diverse tecniche, dal collage alla linoleografia, dipinge su lenzuoli grandi come pareti e passa infine, nella sua piena maturità, all’ “età del cartone” (la definizione è, credo, sempre di Accatino), dove ogni retaggio accademico è ormai eliminato e la sua voce squilla limpida nel suo timbro originale, dando forma senza remore alle fantasie del proprio sé.

“Le mie ispirazioni nascono da piccole cose, come i fiori e oggetti che raccolgo anche da terra”, dichiara in un’intervista[i].

Per le sue opere Antonietta sceglie ora materiale povero e di recupero: cartoni da imballaggio che lavora nella vasca da bagno di casa, “panfuretti” e addirittura rotoli della carta igienica, che dipinge interamente richiamando al contempo le illustrazioni di botanica e la grafica dell’estremo Oriente. Crea assemblaggi di vario genere, scatole, oggetti, sculture, installazioni, teatrini e scenografie. “Per me il movimento delle mani è una cosa necessaria per riuscire a pensare”, rivela.

Nelle sue opere si respira il legame ancestrale con la forma e con la materia, con la religione popolare e con la terra d’Abruzzo, com’è evidente nei Cartocci, i grandi coni realizzati con stoffa indurita e modellata con il gesso, dipinti fuori e dentro, la cui forma è ispirata a quella de “lu scartozze”, che Antonietta, figlia di pastai, da bambina vedeva riempire di pasta sfusa e consegnare ai clienti per l’asporto.

“Ogni occasione è per lei spunto e fonte di ispirazione – scrive Paolo Cortese in catalogo -. Con quello spirito curioso, che solitamente caratterizza la fanciullezza, segue liberamente il filo della narrazione, un filo che si dipana tra fantasia, immaginazione e le memorie senza tempo dell’infanzia”.

La personale romana rende giustizia e speriamo porti fortuna a un’artista che ha a lungo operato isolata, la cui opera attende ancora una piena valorizzazione da parte dello Stato.

Di Alessandra Imbellone

2015

Pistoletto, la sua Venere per il Maam

Edoardo Sassi

2015 • Pistoletto, la sua Venere per il Maam • Edoardo Sassi

ROMA - Comunque la si pensi, la sua nascita/crescita è stato uno dei più importanti fenomeni relativi alla produzione di arte contemporanea a Roma nell’ultimo biennio, e questo anche a prescindere dalle opere che conserva, non tutte di livello. Comunque la si pensi perché, come già ricordato su queste pagine, il «fenomeno» — anche qui bisogna essere oggettivi — nasce scavalcando il filo della legalità (ma da le avanguardie chiedono mai permesso?), ovvero dall’occupazione dell’ex fabbrica di salumi Fiorucci sulla via Prenestina, periferia sudest di Roma, in un’area industriale di tre ettari, privata, abbandonata da tempo e destinata alla costruzione di edilizia residenziale.

Queste dunque le origini del Maam (acronimo per Museo dell’altro e dell’altrove della città di Metropoliz città meticcia), più che un museo una fucina creativa e un esperimento collettivo, messi in piedi e curati da Giorgio de Finis, il quale nel corso degli anni ha portato a lavorare nell’ex salumificio mattatoio con ancora i suoi macchinari originali centinaia di artisti d’ogni età e stile (questo forse il tratto distintivo più interessante dell’intera operazione), provando a far convivere, con risultati alterni e non senza asperità e complessità di vario genere, l’arte, il «museo» e le famiglie di migranti che vivono nel complesso, circa duecento senzacasa italiani e stranieri di varie etnie. Un mix non facile, certo, ma che ha comunque generato intorno all’area di Tor Sapienza, pressoché quotidianamente oggetto di sgomberi e denunce, una vastissima eco d’attenzione e di stampa (primo articolo in assoluto su queste pagine, agosto 2013, dopo l’intervento d’artista d’esordio, di Gianmaria Tosatti, il quale in un clima a metà tra Voyage dans la Lune di Méliès e Miracolo a Milano di Zavattini-De Sica, costruì con materiali di recupero il gigantesco «telescopio» ancora oggi sul tetto dell’ex mattatoio, strumento per permettere idealmente agli occupanti di... sognare la Luna o un mondo migliore).

Da allora in poi non si è praticamente più smesso di parlare di Maam-il-fenomeno, recentemente se ne è discusso perfino alla Tate Modern di Londra, sia pur nell’assenza generale d’interesse e attenzione invece da parte dei musei ufficiali di Roma dedicati al contemporaneo, Maxxi e Macro, ancorati a mercato, politica, gallerie, fondazioni ecc. Ultimissimo riconoscimento per il Maam, la menzione speciale (sezione diritti umani) al Premio internazionale Marisa Giorgetti che si assegnerà ad aprile (in giuria, tra gli altri, don Luigi Ciotti). Ma l’altro traguardo importante per questa esperienza, per gli artisti, per le opere divenute nel frattempo oltre 400 (alcune, le più interessanti, prodotte lavorando direttamente in situ, in mezzo a non poche difficoltà) è la produzione di un catalogo, il primo, che verrà presentato questo sabato (ore 11.30) in occasione di una «Festa di primavera» che andrà avanti tutto il giorno e durante la quale — tra performance musica — saranno visibili al pubblico anche le ultime realizzazioni degli artisti (tra gli altri nomi: Romolo Belvedere, Sara Bernabucci, Salvatore Dominelli, Emanuela Mastria, Antonietta Orsatti, Mirko Pagliacci, Tiziana Rinaldi Giacometti, Stefano Salvi, Simona Sarti, Guerrilla Spam, Stefano Tedeschi, Francesco Saverio Teruzzi, Chiara Valentini, Maria Angeles Vila Tortosa). Titolo dell’opera (a cura di Giorgio de Finis, Bordeaux edizioni, 272 pagine) MAAM, Forza tutt*. La barricata dell’arte.

In tema di Altro e Altrove, il Maam festeggia infine, sempre sabato, anche un arrivo speciale e assai in tema con il clima della cittadella meticcia di Metropoliz: nell’ex fabbrica di insaccati sarà infatti esposta, fino a metà aprile, anche un’icona-marchio della creatività contemporanea «Povera»: la Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto, artista vicino all’esperienza Maam. L’opera, una delle versioni esistenti, sarà allestita nel corso della giornata con l’aiuto di tutti i partecipanti invitati a portare, per l’occasione, abiti dismessi.

Di Edoardo Sassi
hello world!

articoli

2024

A. Orsatti, un'esplorazione senza compromessi

Resterà aperta su appuntamento fino al 1° dicembre la mostra di Antonietta Orsatti presso la Galleria Lettera E di Paolo Cortese, rassegna che doveva concludersi con il finissage del 16 novembre e la presentazione del catalogo, ma che prosegue per via dell’incessante curiosità che sta suscitando. È una grande fortuna per quanti ancora non hanno potuto immergersi in questa piccola selva di opere esposte a terra e sui tavoli (i Cartocci, “foratini” modellati, teatrini e sculture di cartone), che con le carte dipinte appese al muro ci presentano il mondo ricco e variegato dell’artista.

Varcata la soglia degli ottanta anni, Antonietta Orsatti è alla sua prima personale a Roma: Antonietta Orsatti – “Ora ti racconto, non c’erano solo i fiori”. Realizzata in collaborazione con Gramma Epsilon Gallery di Atene, la mostra fa parte di un più ampio progetto dedicato a donne artiste che hanno lavorato in autonomia, spesso lontane dal mercato dell’arte. Il catalogo è curato da Paolo Cortese con la presentazione di Alfredo Accatino, figura di riferimento per la “outsider art”.

“Artista irregolare” la definisce a ragione Accatino per via del suo percorso lontano dai riflettori dell’arte contemporanea, ma non per la sua formazione, che ha seguito invece un iter tradizionale.

Nata a Casacanditella (Chieti) nel 1940, Antonietta ha lavorato da adolescente come modellatrice e decoratrice presso la manifattura Bontempo a Fara Filiorum Petri per poi frequentare la sezione di ceramica presso l’Istituto d’Arte di Chieti diretto da Tommaso Cascella. Nel 1963 s’è iscritta all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove ha frequentato il corso di scultura di Pericle Fazzini ed è stata seguita dal di lui assistente Goffredo Verginelli, già allievo di Publio Morbiducci. La tesi discussa con Antonio Del Guercio nel 1967 è un lavoro di ricerca su Felice Antonio Giuliante, scultore noto come “l’ultimo scalpellino della Majella” da Antonietta frequentato negli anni teatini. Parallelamente all’Accademia di via di Ripetta ha anche appreso la tecnica dell’affresco e dell’encausto a cera presso la Scuola di Arti decorative del San Giacomo.

Una creatività inesausta è quella luce interna che ha portato Antonietta a lottare per la propria emancipazione, imponendo il proprio percorso di studi contro il volere dei genitori, mantenendosi durante gli anni di studio con diversi lavori per poi sposarsi, mettere al mondo quattro figli (fra questi lo storico dell’arte Andrea Iezzi) e abbracciare l’insegnamento del disegno nelle scuole. Il suo lavoro scultoreo si volge allora dalla pietra della Majella, che scolpisce a mano con mazzetta e scalpello, alla modellazione dei “foratini”, i mattoni forati da costruzione prodotti nella fornace industriale di proprietà del marito, materiale che lavora ancora fresco per poi cuocerlo nella fornace. Antonietta sperimenta e utilizza diverse tecniche, dal collage alla linoleografia, dipinge su lenzuoli grandi come pareti e passa infine, nella sua piena maturità, all’ “età del cartone” (la definizione è, credo, sempre di Accatino), dove ogni retaggio accademico è ormai eliminato e la sua voce squilla limpida nel suo timbro originale, dando forma senza remore alle fantasie del proprio sé.

“Le mie ispirazioni nascono da piccole cose, come i fiori e oggetti che raccolgo anche da terra”, dichiara in un’intervista[i].

Per le sue opere Antonietta sceglie ora materiale povero e di recupero: cartoni da imballaggio che lavora nella vasca da bagno di casa, “panfuretti” e addirittura rotoli della carta igienica, che dipinge interamente richiamando al contempo le illustrazioni di botanica e la grafica dell’estremo Oriente. Crea assemblaggi di vario genere, scatole, oggetti, sculture, installazioni, teatrini e scenografie. “Per me il movimento delle mani è una cosa necessaria per riuscire a pensare”, rivela.

Nelle sue opere si respira il legame ancestrale con la forma e con la materia, con la religione popolare e con la terra d’Abruzzo, com’è evidente nei Cartocci, i grandi coni realizzati con stoffa indurita e modellata con il gesso, dipinti fuori e dentro, la cui forma è ispirata a quella de “lu scartozze”, che Antonietta, figlia di pastai, da bambina vedeva riempire di pasta sfusa e consegnare ai clienti per l’asporto.

“Ogni occasione è per lei spunto e fonte di ispirazione – scrive Paolo Cortese in catalogo -. Con quello spirito curioso, che solitamente caratterizza la fanciullezza, segue liberamente il filo della narrazione, un filo che si dipana tra fantasia, immaginazione e le memorie senza tempo dell’infanzia”.

La personale romana rende giustizia e speriamo porti fortuna a un’artista che ha a lungo operato isolata, la cui opera attende ancora una piena valorizzazione da parte dello Stato.

Di Alessandra Imbellone

2024

“Ora ti racconto, non c’erano solo i fiori”

Segnatevi la data.
Oggi varcherete la soglia di un mondo fatto di materiali che prendono vita, che parlano (ma solo a chi è capace di ascoltare), che raccontano storie che riemergono dalla memoria dell’artista, e solidificanoQ sogni e ricordi.

Preparatevi.

Non troverete arte addomesticata, né forme rassicuranti.
Nessuna opera è simile a un’altra: “Giuro, non riesco mai a ripetere una cosa, mi sentirei male…” mi ha confessato Antonietta Orsatti salendo e scendendo dalle scale mentre mi mostrava le sue creature. Ma soprattutto, nulla di ciò che vedrete potrebbe essere suggerito da un interior designer a un cliente facoltoso per rendere il salotto più alla moda.
Destino, questo, che avrebbe ugualmente accomunato l’opera di Maria Lai o di Louise Bourgeois, anche esse donne, se una gabola del mercato e una serie di congiunture fortunate non le avessero elevate a icone dell’arte contemporanea, rendendo moneta corrente ciò che potrebbe apparire solo un grumo di fili o un ragno gigante.

Orsatti è un’artista che ha dovuto seguire un sentiero irregolare, tortuoso, dimenticato, lontano dai riflettori, pur avendo compiuto un ciclo di studi “regolari”, confrontandosi, fin troppo giovane, con maestri consolidati come Tommaso Cascella o Pericle Fazzini, e con la cultura accademica per poi abbandonare, nei decenni successivi, tutto ciò che le sembrava essere legato alla tradizione e alla norma.
Antonietta, settima di undici figli, è una donna che ha lottato per ribadire la propria identità creativa sfidando la famiglia, che non immaginava certo che una ragazza avesse la necessità di studiare, e che si ostinasse a chiederlo con quella petulante insistenza.
“…secondo loro, dopo la terza media, avrei dovuto stare a casa a cucinare e a lavare i piatti!” Poi, di malavoglia, i genitori acconsentono al suo percorso di studi d’arte: prima a Chieti, quindi a Roma, all’Accademia di Belle Arti. Forse perché il primo ciclo di studi, che durava appena tre anni, faceva immaginare che la cosa sarebbe finita velocemente, come il capriccio di un’adolescente. Antonietta scopre, invece, e ne sarà lei stessa sorpresa, che creare è l’unica cosa che la rende felice.

Da questo momento l’espressione artistica diventerà quindi, e lo sarà per sempre, il suo linguaggio segreto. Anche se una volta terminati gli studi a Roma, dove si è mantenuta facendo la badante di notte alle vecchiette, sarà costretta a tornare a casa, per poter vivere - come tutti si aspettavano da lei - un’esistenza di moglie, e poi di madre di quattro figli (amatissimi). Docente di disegno, costretta a ritagliarsi la libertà tra le pieghe del quotidiano.

La sua vita si snoda in quello che potremmo definire il “quadrilatero di Michetti”: tra Chieti, Francavilla al Mare, Guardiagrele e un paese isolato, sgranato in mille frazioni, dal nome bizzarro di Fara Filiorum Petri. Luogo dove negli anni ‘60 passavano poche auto, si coltivavano cipolle bianche, e ancora si parlava in un dialetto non distante da quello evocato da Donatella Di Pietrantonio nel suo capolavoro L’arminuta.

“Quando lavavo i piatti”, ricorda, “ne approfittavo per pensare a come realizzare quello che volevo fare, e a come farlo. Per me il movimento delle mani è una cosa necessaria per riuscire a pensare. Non so… forse ho un doppio cervello...”

In questo scenario, con questi vincoli, la sua espressività nasce dal rifiuto dell’ovvio e diventa un abbraccio all’inaspettato.
Nel piano terra di casa attacca i disegni di nudo alle pareti, ricordo degli anni passati in via di Ripetta, e inizia a produrre tutt’altra roba. Bassorilievi, sculture in pietra. Interviene poi sui foratini da costruzione che produce la fornace industriale di proprietà del marito, lavorando il materiale ancora fresco per poi farlo ripassare in forno.
Dipinge, sperimenta tecniche (ad esempio la linoleografia), scolpisce pietre - sempre e solo a mano con mazzetta e scalpello – oppure, srotola lenzuoli grandi come pareti e li usa a mo’ di tele dalle dimensioni inusitate, praticamente impossibili da esporre in una galleria.

Lo dirò. Non tutto mi ha convinto delle sue opere iniziali.
Belle e potenti, invece, le sculture in pietra degli anni ’70 e ’80, contorte e materiche.
Ma quello che mi ha letteralmente conquistato è stata la svolta che, a un certo punto, ha imposto al proprio lavoro.

Come nelle fasi della civilizzazione, dopo l’età della pietra e quella del foratino, Antonietta raggiunta la piena maturità - quella che qualcuno chiamerebbe “vecchiaia” - entra nella mirabolante “età del cartone”, e compie un salto di qualità, quasi avesse ormai eliminato tutte le scorie dell’accademismo e scoperto la propria reale identità.
Orsatti raccoglie ciò che è scartato, il cartone da imballaggio di seconda mano, i materiali poveri che il mondo non vede più, dopo aver scavato per anni la pietra della Maiella e, per ultime, le lastre tombali donatele, se ho capito bene, da un sacerdote, molti anni prima.

Esemplare, per comprendere questo percorso, il ciclo di disegni che esegue sui rotoli di carta igienica (quasi impossibili da conservare o restaurare), o le sculture realizzate con l’anima di cartone degli stessi rotoli. Un oggetto così umile che non ha diritto neanche a un nome proprio, e che può essere variamente denominato come “rotolino”, o addirittura “panfuretto”…

Nelle sue mani, ogni materiale si trasforma e si carica di significato.
I cartoni “usati” (preferiti a quelli da imballaggio), magari quelli che contengono le bottiglie, diventano così teatri dell’assurdo, piccole scenografie che evocano storie misteriose e mondi nascosti.

Lavora la carta e il cartone nella vasca del bagno di casa e poi lo appoggia ad asciugare sul bordo. Spesso lo trasforma in una pala d’altare, sostituendo la tecnica dell’encausto a cera che spesso ha usato in molte sue tele. Opera con un approccio metodologico colto e consapevole, che mi ha stupito; mentre mi mostra le sue opere, appese alle pareti tra le foto dei nonni e i crocefissi di paese, rivela: “Ogni mio quadro parte da un centro. Ma il centro, invece di andare “oltre” viene in avanti… è come una prospettiva capovolta, che non fugge nel fondo, ma che si proietta verso chi guarda.”

L’immagine, dunque, aggredisce lo spettatore!
Disegna e ritaglia figure, uccelli, fiori, mani, la sagoma di un’orante, e intorno, come un’ombra, traccia un contorno: “Parto da un’idea” dice “poi, inizio a inserire elementi, uno dopo l’altro, come in una fuga in avanti.”

Un lavoro che potrebbe sembrare istintivo, sino a quando non sfogli i suoi quaderni di appunti, dove puoi scoprire che ogni pagina rappresenta un progetto, un unicum, uno short tale con un finale a sorpresa.
La memoria è sempre protagonista, cosa che non appare mai in maniera sfacciata, ma emerge dai titoli, da taluni riferimenti visivi, dalle frasi che scrive sulla superficie dell’opera stessa come in una tavola medioevale.
E i suoi giganteschi Cartocci, pesanti coni realizzati con stoffa gessata, dipinti fuori e a volte dentro, ne diventano l’esaltazione. Forme arcaiche che ricordano “il cartoccio” (“lu scartozze”, ricordando un antico termine dialettale) che da bambina, figlia di pastai, vedeva riempire di pasta sfusa e consegnare ai clienti per l’asporto.

È sorprendente come, superati gli ottant'anni, nel 2020, l’artista continui a spingersi oltre, in un dialogo ininterrotto con la materia.
Ogni opera recente di Orsatti è un atto di resistenza.
Resistenza alla standardizzazione dell’arte, alla superficialità di un mondo che corre verso l’effimero. “Preferisco regalare un’opera che venderla”, afferma. Ma non rifiuta il meccanismo dell’arte come merce. E credo che sia felice, oggi, di poter condividere con voi questi anni di produzione pirata e silenziosa con l’orgoglio di avere fatto “tutto da sola.”

Anche per questo il corpus di Orsatti si colloca nel solco dell'Outsider Art – quella corrente che accoglie artisti lontani dai canali istituzionali e dalle convezioni sociali.
Non c’è nulla di grazioso o decorativo: le sue opere sono brutali, oneste, profondamente umane. Sono testimonianza di un'esistenza vissuta ai margini, con una visione limpida e lucida di ciò che l'arte dovrebbe essere: un’esplorazione senza compromessi, un viaggio nell’invisibile.

Ogni piega nel cartone, ogni fessura nella terracotta, ci racconta qualcosa di più profondo, di intimo. È come se l’artista, attraverso i materiali, volesse mettere a nudo il mondo e, allo stesso tempo, sé stessa.
Questa esposizione è quindi un’opportunità rara: una riscoperta, non solo di un percorso artistico, ma di ciò che significa essere “altro”. In un’epoca in cui tutto sembra omologato, l’opera di Orsatti si pone come un manifesto di autenticità. Entrare in questa mostra significa entrare in un dialogo con l’imprevisto: con tutto ciò che è stato scartato ma che, in realtà, contiene la vera essenza dell’atto creativo.

“Non so definire cosa sia l’arte. Lo capisco solo quando vedo una tela del Caravaggio!”, si schermisce. Ma nelle pieghe del cartone scopriamo qualcosa di noi stessi, qualcosa di universale, qualcosa di eterno.
Antonietta Orsatti, Outsider per destino e per scelta, ci invita a vedere il mondo con occhi nuovi, a scoprire la bellezza che si nasconde nell’imperfetto, nel materiale che sfugge ai canoni della forma, ma che, proprio per questo, ci parla in modo sincero.

Davanti a queste sculture/installazioni, si percepisce l’eco di qualcosa di ancestrale, che ha un forte e continuo legame con l’Abruzzo e il suo territorio.
Per questo mi auguro che un giorno le sue opere possano dialogare con le sculture dei Musei archeologici di Chieti, i cui capolavori hanno risvegliato le sue emozioni di ragazza. O al Museo Nazionale d’Abruzzo, o anche nei luoghi della cultura etrusca, a cui Antonietta ha dedicato un intero ciclo di pitture, ponendo in dialogo Art Brut e Arte Classica.

Antonietta è un’artista contemporanea emersa dal passato che non si è tolto di dosso la terra e la sabbia.
È un reperto fragile che dovrebbe farci sentire oggi tutti archeologi.
Entrate signori. Nei pochi metri quadri della Galleria troverete una macchina del tempo. Allacciate le cinture. Vi piacerà.

Di Paolo Cortese

2024

la macchina del tempo, antonietta orsatti, artista irregolare

Segnatevi la data.
Oggi varcherete la soglia di un mondo fatto di materiali che prendono vita, che parlano (ma solo a chi è capace di ascoltare), che raccontano storie che riemergono dalla memoria dell’artista, e solidificanoQ sogni e ricordi.

Preparatevi.

Non troverete arte addomesticata, né forme rassicuranti.
Nessuna opera è simile a un’altra: “Giuro, non riesco mai a ripetere una cosa, mi sentirei male…” mi ha confessato Antonietta Orsatti salendo e scendendo dalle scale mentre mi mostrava le sue creature. Ma soprattutto, nulla di ciò che vedrete potrebbe essere suggerito da un interior designer a un cliente facoltoso per rendere il salotto più alla moda.
Destino, questo, che avrebbe ugualmente accomunato l’opera di Maria Lai o di Louise Bourgeois, anche esse donne, se una gabola del mercato e una serie di congiunture fortunate non le avessero elevate a icone dell’arte contemporanea, rendendo moneta corrente ciò che potrebbe apparire solo un grumo di fili o un ragno gigante.

Orsatti è un’artista che ha dovuto seguire un sentiero irregolare, tortuoso, dimenticato, lontano dai riflettori, pur avendo compiuto un ciclo di studi “regolari”, confrontandosi, fin troppo giovane, con maestri consolidati come Tommaso Cascella o Pericle Fazzini, e con la cultura accademica per poi abbandonare, nei decenni successivi, tutto ciò che le sembrava essere legato alla tradizione e alla norma.
Antonietta, settima di undici figli, è una donna che ha lottato per ribadire la propria identità creativa sfidando la famiglia, che non immaginava certo che una ragazza avesse la necessità di studiare, e che si ostinasse a chiederlo con quella petulante insistenza.
“…secondo loro, dopo la terza media, avrei dovuto stare a casa a cucinare e a lavare i piatti!” Poi, di malavoglia, i genitori acconsentono al suo percorso di studi d’arte: prima a Chieti, quindi a Roma, all’Accademia di Belle Arti. Forse perché il primo ciclo di studi, che durava appena tre anni, faceva immaginare che la cosa sarebbe finita velocemente, come il capriccio di un’adolescente. Antonietta scopre, invece, e ne sarà lei stessa sorpresa, che creare è l’unica cosa che la rende felice.

Da questo momento l’espressione artistica diventerà quindi, e lo sarà per sempre, il suo linguaggio segreto. Anche se una volta terminati gli studi a Roma, dove si è mantenuta facendo la badante di notte alle vecchiette, sarà costretta a tornare a casa, per poter vivere - come tutti si aspettavano da lei - un’esistenza di moglie, e poi di madre di quattro figli (amatissimi). Docente di disegno, costretta a ritagliarsi la libertà tra le pieghe del quotidiano.

La sua vita si snoda in quello che potremmo definire il “quadrilatero di Michetti”: tra Chieti, Francavilla al Mare, Guardiagrele e un paese isolato, sgranato in mille frazioni, dal nome bizzarro di Fara Filiorum Petri. Luogo dove negli anni ‘60 passavano poche auto, si coltivavano cipolle bianche, e ancora si parlava in un dialetto non distante da quello evocato da Donatella Di Pietrantonio nel suo capolavoro L’arminuta.

“Quando lavavo i piatti”, ricorda, “ne approfittavo per pensare a come realizzare quello che volevo fare, e a come farlo. Per me il movimento delle mani è una cosa necessaria per riuscire a pensare. Non so… forse ho un doppio cervello...”

In questo scenario, con questi vincoli, la sua espressività nasce dal rifiuto dell’ovvio e diventa un abbraccio all’inaspettato.
Nel piano terra di casa attacca i disegni di nudo alle pareti, ricordo degli anni passati in via di Ripetta, e inizia a produrre tutt’altra roba. Bassorilievi, sculture in pietra. Interviene poi sui foratini da costruzione che produce la fornace industriale di proprietà del marito, lavorando il materiale ancora fresco per poi farlo ripassare in forno.
Dipinge, sperimenta tecniche (ad esempio la linoleografia), scolpisce pietre - sempre e solo a mano con mazzetta e scalpello – oppure, srotola lenzuoli grandi come pareti e li usa a mo’ di tele dalle dimensioni inusitate, praticamente impossibili da esporre in una galleria.

Lo dirò. Non tutto mi ha convinto delle sue opere iniziali.
Belle e potenti, invece, le sculture in pietra degli anni ’70 e ’80, contorte e materiche.
Ma quello che mi ha letteralmente conquistato è stata la svolta che, a un certo punto, ha imposto al proprio lavoro.

Come nelle fasi della civilizzazione, dopo l’età della pietra e quella del foratino, Antonietta raggiunta la piena maturità - quella che qualcuno chiamerebbe “vecchiaia” - entra nella mirabolante “età del cartone”, e compie un salto di qualità, quasi avesse ormai eliminato tutte le scorie dell’accademismo e scoperto la propria reale identità.
Orsatti raccoglie ciò che è scartato, il cartone da imballaggio di seconda mano, i materiali poveri che il mondo non vede più, dopo aver scavato per anni la pietra della Maiella e, per ultime, le lastre tombali donatele, se ho capito bene, da un sacerdote, molti anni prima.

Esemplare, per comprendere questo percorso, il ciclo di disegni che esegue sui rotoli di carta igienica (quasi impossibili da conservare o restaurare), o le sculture realizzate con l’anima di cartone degli stessi rotoli. Un oggetto così umile che non ha diritto neanche a un nome proprio, e che può essere variamente denominato come “rotolino”, o addirittura “panfuretto”…

Nelle sue mani, ogni materiale si trasforma e si carica di significato.
I cartoni “usati” (preferiti a quelli da imballaggio), magari quelli che contengono le bottiglie, diventano così teatri dell’assurdo, piccole scenografie che evocano storie misteriose e mondi nascosti.

Lavora la carta e il cartone nella vasca del bagno di casa e poi lo appoggia ad asciugare sul bordo. Spesso lo trasforma in una pala d’altare, sostituendo la tecnica dell’encausto a cera che spesso ha usato in molte sue tele. Opera con un approccio metodologico colto e consapevole, che mi ha stupito; mentre mi mostra le sue opere, appese alle pareti tra le foto dei nonni e i crocefissi di paese, rivela: “Ogni mio quadro parte da un centro. Ma il centro, invece di andare “oltre” viene in avanti… è come una prospettiva capovolta, che non fugge nel fondo, ma che si proietta verso chi guarda.”

L’immagine, dunque, aggredisce lo spettatore!
Disegna e ritaglia figure, uccelli, fiori, mani, la sagoma di un’orante, e intorno, come un’ombra, traccia un contorno: “Parto da un’idea” dice “poi, inizio a inserire elementi, uno dopo l’altro, come in una fuga in avanti.”

Un lavoro che potrebbe sembrare istintivo, sino a quando non sfogli i suoi quaderni di appunti, dove puoi scoprire che ogni pagina rappresenta un progetto, un unicum, uno short tale con un finale a sorpresa.
La memoria è sempre protagonista, cosa che non appare mai in maniera sfacciata, ma emerge dai titoli, da taluni riferimenti visivi, dalle frasi che scrive sulla superficie dell’opera stessa come in una tavola medioevale.
E i suoi giganteschi Cartocci, pesanti coni realizzati con stoffa gessata, dipinti fuori e a volte dentro, ne diventano l’esaltazione. Forme arcaiche che ricordano “il cartoccio” (“lu scartozze”, ricordando un antico termine dialettale) che da bambina, figlia di pastai, vedeva riempire di pasta sfusa e consegnare ai clienti per l’asporto.

È sorprendente come, superati gli ottant'anni, nel 2020, l’artista continui a spingersi oltre, in un dialogo ininterrotto con la materia.
Ogni opera recente di Orsatti è un atto di resistenza.
Resistenza alla standardizzazione dell’arte, alla superficialità di un mondo che corre verso l’effimero. “Preferisco regalare un’opera che venderla”, afferma. Ma non rifiuta il meccanismo dell’arte come merce. E credo che sia felice, oggi, di poter condividere con voi questi anni di produzione pirata e silenziosa con l’orgoglio di avere fatto “tutto da sola.”

Anche per questo il corpus di Orsatti si colloca nel solco dell'Outsider Art – quella corrente che accoglie artisti lontani dai canali istituzionali e dalle convezioni sociali.
Non c’è nulla di grazioso o decorativo: le sue opere sono brutali, oneste, profondamente umane. Sono testimonianza di un'esistenza vissuta ai margini, con una visione limpida e lucida di ciò che l'arte dovrebbe essere: un’esplorazione senza compromessi, un viaggio nell’invisibile.

Ogni piega nel cartone, ogni fessura nella terracotta, ci racconta qualcosa di più profondo, di intimo. È come se l’artista, attraverso i materiali, volesse mettere a nudo il mondo e, allo stesso tempo, sé stessa.
Questa esposizione è quindi un’opportunità rara: una riscoperta, non solo di un percorso artistico, ma di ciò che significa essere “altro”. In un’epoca in cui tutto sembra omologato, l’opera di Orsatti si pone come un manifesto di autenticità. Entrare in questa mostra significa entrare in un dialogo con l’imprevisto: con tutto ciò che è stato scartato ma che, in realtà, contiene la vera essenza dell’atto creativo.

“Non so definire cosa sia l’arte. Lo capisco solo quando vedo una tela del Caravaggio!”, si schermisce. Ma nelle pieghe del cartone scopriamo qualcosa di noi stessi, qualcosa di universale, qualcosa di eterno.
Antonietta Orsatti, Outsider per destino e per scelta, ci invita a vedere il mondo con occhi nuovi, a scoprire la bellezza che si nasconde nell’imperfetto, nel materiale che sfugge ai canoni della forma, ma che, proprio per questo, ci parla in modo sincero.

Davanti a queste sculture/installazioni, si percepisce l’eco di qualcosa di ancestrale, che ha un forte e continuo legame con l’Abruzzo e il suo territorio.
Per questo mi auguro che un giorno le sue opere possano dialogare con le sculture dei Musei archeologici di Chieti, i cui capolavori hanno risvegliato le sue emozioni di ragazza. O al Museo Nazionale d’Abruzzo, o anche nei luoghi della cultura etrusca, a cui Antonietta ha dedicato un intero ciclo di pitture, ponendo in dialogo Art Brut e Arte Classica.

Antonietta è un’artista contemporanea emersa dal passato che non si è tolto di dosso la terra e la sabbia.
È un reperto fragile che dovrebbe farci sentire oggi tutti archeologi.
Entrate signori. Nei pochi metri quadri della Galleria troverete una macchina del tempo. Allacciate le cinture. Vi piacerà.

2015

Pistoletto, la sua Venere per il Maam

ROMA - Comunque la si pensi, la sua nascita/crescita è stato uno dei più importanti fenomeni relativi alla produzione di arte contemporanea a Roma nell’ultimo biennio, e questo anche a prescindere dalle opere che conserva, non tutte di livello. Comunque la si pensi perché, come già ricordato su queste pagine, il «fenomeno» — anche qui bisogna essere oggettivi — nasce scavalcando il filo della legalità (ma da le avanguardie chiedono mai permesso?), ovvero dall’occupazione dell’ex fabbrica di salumi Fiorucci sulla via Prenestina, periferia sudest di Roma, in un’area industriale di tre ettari, privata, abbandonata da tempo e destinata alla costruzione di edilizia residenziale.

Queste dunque le origini del Maam (acronimo per Museo dell’altro e dell’altrove della città di Metropoliz città meticcia), più che un museo una fucina creativa e un esperimento collettivo, messi in piedi e curati da Giorgio de Finis, il quale nel corso degli anni ha portato a lavorare nell’ex salumificio mattatoio con ancora i suoi macchinari originali centinaia di artisti d’ogni età e stile (questo forse il tratto distintivo più interessante dell’intera operazione), provando a far convivere, con risultati alterni e non senza asperità e complessità di vario genere, l’arte, il «museo» e le famiglie di migranti che vivono nel complesso, circa duecento senzacasa italiani e stranieri di varie etnie. Un mix non facile, certo, ma che ha comunque generato intorno all’area di Tor Sapienza, pressoché quotidianamente oggetto di sgomberi e denunce, una vastissima eco d’attenzione e di stampa (primo articolo in assoluto su queste pagine, agosto 2013, dopo l’intervento d’artista d’esordio, di Gianmaria Tosatti, il quale in un clima a metà tra Voyage dans la Lune di Méliès e Miracolo a Milano di Zavattini-De Sica, costruì con materiali di recupero il gigantesco «telescopio» ancora oggi sul tetto dell’ex mattatoio, strumento per permettere idealmente agli occupanti di... sognare la Luna o un mondo migliore).

Da allora in poi non si è praticamente più smesso di parlare di Maam-il-fenomeno, recentemente se ne è discusso perfino alla Tate Modern di Londra, sia pur nell’assenza generale d’interesse e attenzione invece da parte dei musei ufficiali di Roma dedicati al contemporaneo, Maxxi e Macro, ancorati a mercato, politica, gallerie, fondazioni ecc. Ultimissimo riconoscimento per il Maam, la menzione speciale (sezione diritti umani) al Premio internazionale Marisa Giorgetti che si assegnerà ad aprile (in giuria, tra gli altri, don Luigi Ciotti). Ma l’altro traguardo importante per questa esperienza, per gli artisti, per le opere divenute nel frattempo oltre 400 (alcune, le più interessanti, prodotte lavorando direttamente in situ, in mezzo a non poche difficoltà) è la produzione di un catalogo, il primo, che verrà presentato questo sabato (ore 11.30) in occasione di una «Festa di primavera» che andrà avanti tutto il giorno e durante la quale — tra performance musica — saranno visibili al pubblico anche le ultime realizzazioni degli artisti (tra gli altri nomi: Romolo Belvedere, Sara Bernabucci, Salvatore Dominelli, Emanuela Mastria, Antonietta Orsatti, Mirko Pagliacci, Tiziana Rinaldi Giacometti, Stefano Salvi, Simona Sarti, Guerrilla Spam, Stefano Tedeschi, Francesco Saverio Teruzzi, Chiara Valentini, Maria Angeles Vila Tortosa). Titolo dell’opera (a cura di Giorgio de Finis, Bordeaux edizioni, 272 pagine) MAAM, Forza tutt*. La barricata dell’arte.

In tema di Altro e Altrove, il Maam festeggia infine, sempre sabato, anche un arrivo speciale e assai in tema con il clima della cittadella meticcia di Metropoliz: nell’ex fabbrica di insaccati sarà infatti esposta, fino a metà aprile, anche un’icona-marchio della creatività contemporanea «Povera»: la Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto, artista vicino all’esperienza Maam. L’opera, una delle versioni esistenti, sarà allestita nel corso della giornata con l’aiuto di tutti i partecipanti invitati a portare, per l’occasione, abiti dismessi.

Di Edoardo Sassi

Antonietta Orsatti.
Artista outsider

Un viaggio di alfredo accatino
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